Pinterest e ecosostenibilità

Apro Pinterest stamattina, 8 giugno, e nella sezione Oggi trovo due suggerimenti di argomenti che mi stanno particolarmente a cuore: brand abiti ecosostenibili e microplastiche.

Quando avevo un altro blog e parlavo prevalentemente di ecosostenibilità, avevo già affrontato l’argomento brand abiti ecosostenibili, mi sta a cuore. Ormai non è più un segreto che marchi di grande distribuzione sono responsabili dell’inquinamento ambientale al pari di altri colossi del petrolchimico et similia. L’operazione green wash, detto anche ecologismo di facciata, è una strategia di comunicazione secondo la quale marchi inquinanti (del tessile, del beauty e altro), cercano di mostrare una pratica green buttando fuori una linea, appunto, green ma non cambiando il processo produttivo del loro core business.

E’ vero, costano poco. E un motivo ci sarà: sfruttamento minorile, paghe risibili, materiali inquinanti e a basso costo. Tutte cose che per me, nel tempo, sono diventate intollerabili. Al contempo non posso dirmi una di quelle che compra usato, come vorrebbe una certa scuola di zero wasters. Sono pur sempre una milanese imbruttita, in salsa newyorkese. E quindi, grazie a Instagram devo dire, ho deciso che mi buttavo su marchi di piccoli artigiani. E in Italia non mancano, non devo certo certificarlo io!

Il primo brand di cui vorrei parlare è Guardastelle, di Claudia. Piccola sartoria che realizza rigorosamente a mano ogni capo che vende. E tutto su misura. Utilizza materiali naturali di alta qualità e i suoi capi non deludono mai. Puoi acquistare in pronta consegna quanto disponibile oppure aspettare che Claudia lo cucia per te e su di te. Inoltre, si ha la possibilità di acquistare il capo che si vuole nel tessuto di nostra scelta. Anche questo significa comprare artigianale. Brava Claudia!

Il secondo è Nivule e Pesci Rossi. Sempre due donne dietro al brand, Novella e la sua socia. Sulla homepage del loro sito, troviamo il loro manifesto: “Facciamo abiti che ci piace indossare, con un occhio di riguardo per te e il pianeta”. Oltre a fare abiti super portabili e belli, un po’ diversi dalla massa, la peculiarità di questo brand è che il 90% delle stoffe usate arriva dal riciclo di tessuti scartati o fuori produzione, oltre che da tessuti naturali. Più slow fashion di così non saprei suggerire.

L’ultimo, ma non per importanza, è Studio Sartoriale. Leggere il loro About e innamorarsi dei loro capi è un attimo. La scelta di utilizzare rimanenze di magazzino per non avviare processi produttivi spesso inquinanti, è di per sè illuminante. I capi sono confezionati uno per uno a mano. Ma c’è di più: il body positivity, la scelta di pensare alle donne che non accettano il loro corpo. Da qui, capi pensati per incoraggiare le donne ad apprezzare le loro forme, qualsiasi esse siano. “attraverso il corpo ogni donna racconta la sua storia.” (cit. dal sito).

Concludendo con banalità di varia natura, cosa che questa pandemia purtroppo ha scomodato. L’inquinamento è stato in gran parte responsabile di quanto è successo: la scomparsa delle foreste, l’utilizzo scriteriato di elementi inquinanti e processi produttivi massivi. Anche con l’abbigliamento, che può sembrare una cosa frivola e forse in parte lo è, si può fare la differenza. Questi brand sono solo 3 di altri millemila che esistono e si sforzano di fare la differenza. E sono italiani. E no, non sono sovranista. Giammai.

Ave atque vale.

Chiara

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